Istituto
di Istruzione Superiore "Edith Stein" - GavirateLaboratorio teatrale
1993-94 : IL DELITTO DI VIA SPIGA di G. Bertini
1994-95 : UN DIAVOLO PER MARITO di G. Mangano
1995-96 : ARLECCHINO SERVITORE DI DUE PADRONI di C. Goldoni
1996-97 : L'ANIMA TRAVASATA di G. Bertini
1997-98 : SARTO PER SIGNORA di G. Feydeau
1998-99 : ARSENICO E VECCHI MERLETTI di O.J. Kesserling
1999-00 : LA SANTARELLA di E. Scarpetta
2001-01 : SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE di W. Shakespeare
2001-02 : IL MALEFICIO DELLA FARFALLA di G. Lorca
2002-03 : E COME POTEVAMO NOI CANTARE? (rielaborazione propria)
TEATRO A SCUOLAOrmai pochi, e questi pochi quasi tutti estranei ai modelli educativi, credono che il teatro a scuola sia elemento solo di svago. E nulla più. In effetti la convinzione che fare teatro a scuola significhi mettere in gioco le varie abilità degli alunni non trova pressoché intoppi. Ma la questione non sta tutta qui.La questione è quella di scalzare l'opinione - e qui sta la maggioranza dei non addetti ai lavori - che far teatro a scuola equivalga a fare spettacolo. Solo ed esclusivamente spettacolo. Non è così. Non può essere così. Teatro a scuola significa mettere l'accento sul processo. Cioè: presa di coscienza su di me (alunno), sul mio corpo, sulla mia voce, sulle mie emozioni, sulle relazioni con gli altri. Alla fine di tale processo potrà nascere lo spettacolo. Ma non necessariamente. E lo spettacolo nasce nel momento in cui io realizzo che le mie esperienze (la mia anima, il mio corpo, il mio intelletto) oltre che contribuire a farmi crescere, contribuiscono a mettermi in una serie di relazioni con gli altri (il pubblico, ad esempio). Da qui emerge la mia personalità. Non ultima la mia voglia di "mostrarmi", consapevole che quello che mostro ha il paravento della "maschera". Sono io, ma nello stesso tempo sono l'altro che rappresento. E, chi mi vede, vede quell'altro. Ma io metto in risalto me stesso. Quel me stesso che ho conosciuto, analizzato, amato, contrariato, durante il Laboratorio teatrale. |
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![]() L'esperienza del Laboratorio diventa ipso facto rappresentazione. Grotowski insegna. Impossibilitato dal regime polacco e dalla censura a mettere in scena uno spettacolo, fa diventare il momento del Laboratorio un momento di rappresentazione. Esaltando, in questo modo, il lavoro e la qualità dell'attore. Non è d'altra parte senza motivazione che Grotowski parla di teatro povero. L'esperienza pedagogica basata su quel modello, entra dunque di diritto a far parte di quel patrimonio teatrale delle scuole. Purtroppo, però, non per tutti e non sempre è così. Intendiamoci. Anch'io sono partito, a suo tempo, dalla messa in scena e non dal processo. Non riuscivo nemmeno a capire perché alcune scuole chiamassero l'esperienza teatrale col "pomposo" nome di Laboratorio. Poi ho capito. Ho capito che sarebbe stato inutile - se non dannoso - scimmiottare i veri attori. A quale livello poi? Ho capito che sarebbe stato ridicolo portare in scena un Goldoni, uno Shakspeare, un Pirandello (o altri illustri sconosciuti) guardando solo e soltanto al prodotto finale. Che consisteva in splendide ed immaginifiche scenografie, in musiche eccezionali, in abiti più che magnifici. Con accanto insegnanti soddisfatti del risultato che voleva competere direttamente con i maggiori teatri nazionali. Ho capito che obbligavo gli alunni (ancora adolescenti, attenzione!) a svolgere compiti da adulti. Oppure a svolgere compiti a memoria dove ciò che contava non era il comprendere, non era la creatività, non era essere se stessi. Aveva valore solo il risultato. Eppure quante volte, nelle lezioni del mattino, noi accusiamo gli allievi di essere solo "scolastici"? Cosa intendiamo con questa parola? Intendiamo affermare che gli alunni ripetono spesso senza capire, senza approfondire, sanno ma non colgono l'essenza, rimangono alla superficie, se li interrompi non sanno continuare. Ebbene, lo stesso errore era presente in quel teatro-spettacolo-saggiofinale. Dove non c'era nessuna - o quasi sbavatura -, dove le mamme additavano inorgoglite i loro figli o figlie, momentaneamente re o regine, schiavi o madamigelle. No. Questo non è teatro della scuola. A chi insiste sul prodotto, io indico le Compagnie amatoriali, gli Oratori, i Centri Sociali. Lì è logico che chi recita miri direttamente alla spettacolarizzazione. Perché l'obiettivo è diverso. A scuola le cose non possono essere così. Forse sembra scontato un discorso di questo genere. Ma non lo è. E credo che ogni tanto valga la pena ritornarci. Anche perché si assiste ancora ad eccessi, a mio avviso, inaccettabili.
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| La cartina di tornasole di tutto quello che ho finora sostenuto sono le riflessioni degli alunni
stessi. Sentite quello che affermano in un saggio sulla creatività. (Silvia) "Il teatro in ambito scolastico è un trampolino di lancio per la creatività e l'iniziativa degli studenti. Il confronto con i compagni, la volontà di apportare le proprie idee, la libertà di espressione (….) uscire dalla piatta realtà di tutti i giorni, guardare e percepire il mondo diversamente da come lo farebbero gli altri, creare novità in grado di cambiare la normale monotonia di un mondo che reprime la nostra fantasia: questo è il laboratorio teatrale. E' forse l'unica salvezza per la creatività, l'unico modo che hanno i giovani di scampare alla condanna di un mondo piatto e noioso." (Paola) "L'attività teatrale è utilizzata come importante elemento educativo, aiuta ad esercitare la mente, a tenere viva la creatività, a farla maturare. Inoltre è un modo per lavorare in gruppo alla realizzazione di un'idea, per rapportarsi con gli altri in modo originale. E' un'attività che come semplice scopo ha il piacere di catapultare se stessi e gli altri in un altro mondo, di venire apprezzati per questo, e non perché si sia migliori di altri. Non ci sono vincitori, non ci sono perdenti." (Mara) "Anche in base alla mia breve esperienza, penso che il teatro sia la migliore palestra per la nostra mente. Esso unisce molti elementi, primo di tutti la comprensione (…) Interpretare non significa imparare a memoria e riportare alla lettera, ma vuol dire imparare ad esprimere tutte le emozioni e i sentimenti che l'opera vuole trasmettere, e non solo, anche quelli che noi stessi proviamo nei confronti dell'opera. Si può creare un personaggio nuovo e attraverso questo parlare un po' di sé. (…) Il teatro è anche lavoro di gruppo e necessita dunque di unità. In un gruppo, più persone si impegnano per un obiettivo comune, si impara quindi a rapportarsi con gli altri e a relazionare attraverso un'attività divertente. Ciò che ho trovato più piacevole è stato poter usare le mie idee, confrontarle con quelle degli altri e svilupparle, senza timore di essere giudicata e senza soprattutto criticare. (…) Il teatro ci permette di vedere attraverso le cose e non più soltanto attorno. E' il piacere di tradurre quello che abbiamo nel profondo, un sentimento dinamico, trascinante, capace di dare forma ad un pensiero e voce ad una emozione." Tutti e tre gli interventi sottolineano il desiderio di uscir fuori dalla banalità del quotidiano, nel gusto e nella piacevolezza di un lavoro in comune e allo stesso tempo singolo, in grado di operare sull'immaginazione personale e collettiva, di contribuire alla crescita e allo sviluppo della creatività e della fantasia, senza la necessità tout court di essere giudicati o di giudicare. L'assenza del classico "voto", che apparentemente porta al di fuori dell'ambito scolastico, è forse, nel caso degli alunni, l'elemento meno pregnante, ma comunque significativo. Anche se, in ultima analisi, il voto (o il giudizio) sarà quello del pubblico. Ma solo nel momento dello spettacolo finale. Che - ripeto - non mai è fine a se stesso. Ma appartiene a quel percorso-processo di educazione alla teatralità che dovrebbe essere ormai presente nelle scuole italiane. Giuliano Mangano Insegnante di Lettere e Responsabile del Laboratorio teatrale all'I.S.I.S. "E. Stein" di Gavirate (VA) |
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