STRANIERI IN ITALIA ED IN EUROPA

I MOVIMENTI MIGRATORI

Le migrazioni sono movimenti della popolazione da un luogo di residenza a un altro. I movimenti di popolazione sono un fenomeno antichissimo e hanno sempre accompagnato i momenti di crescita demografica, i mutamenti tecnologici, i conflitti politici ed etnici. Per questo, il territorio europeo sin dall'antichità è sempre stato teatro di imponenti spostamenti di popolazione alla ricerca di migliori condizioni di vita.

I fattori che favoriscono le migrazioni possono essere interni al Paese d'origine (fattori di spinta) oppure esterni, presenti nei Paesi di destinazione (fattori di attrazione). In genere, i fattori di spinta influenzano maggiormente i più poveri, indotti a fuggire dal proprio Paese da condizioni di indigenza estrema, causate da guerre e carestie; spesso, i migranti si spostano dal proprio Paese ad un altro confinante, in condizioni economiche non molto migliori. I fattori di attrazione sono invece efficaci sui meno poveri che possono, per esempio, sopportare la spesa di un lungo viaggio. Li muove la speranza di trovare un lavoro che permetta di migliorare le proprie condizioni di vita, oppure di acquistare un piccolo capitale o una professionalità.

Molto più generalmente le motivazioni che spingono una persona a lasciare il proprio Paese sono la ricerca di un lavoro che possa migliorare le proprie condizioni di vita; il proseguimento degli studi o l'istruzione; il turismo; il matrimonio o il ricongiungimento familiare; fuga dal proprio Paese per motivazioni politiche, etniche, religiose o ambientali. In quest'ultimo caso si parla di profughi, cioè persone che ricercano un rifugio per sopravvivere.

Per quanto riguarda la durata vi possono essere migrazioni temporanee, stagionali o pendolari, o permanenti.

In base alla distanza si possono distinguere migrazioni interne (cioè spostamenti all'interno di un singolo Paese), internazionali e intercontinentali.

LE MIGRAZIONI DALL'EUROPA

Le migrazioni dall'Europa verso altri continenti hanno avuto inizio con l'epoca moderna, in seguito alle scoperte geografiche (intorno al 1500) e, poi, alla colonizzazione. Per alcuni secoli, tuttavia, queste migrazioni non costituirono un vero e proprio fenomeno di massa.

Un'emigrazione permanente su larga scala dall'Europa ebbe inizio solo nell'Ottocento, quando la rivoluzione industriale e la conseguente diminuzione dei tassi di mortalità provocò nei Paesi europei una notevole crescita demografica. Crisi economiche, carestie (come quella della patata in Irlanda negli anni 1845-48), persecuzioni politiche determinarono diverse fasi acute del fenomeno, corrispondenti a particolari momenti della storia europea.

Tra il 1880 e il 1914 circa 40 milioni di europei, senza terra e senza lavoro, si spostarono in Australia, nelle Americhe e in Sudafrica. Anche l'Italia contribuì a questo fenomeno: dai porti di Genova e Napoli moltissimi italiani partirono verso gli USA.

Il numero più elevato di emigranti (provenienti soprattutto dall'Europa meridionale e centro-orientale) si ebbe nel primo decennio del Novecento: fino alla scoppio della prima guerra mondiale (1914) le partenze si aggirarono intorno al milione ogni anno. Negli anni Venti e Trenta, invece, si verificò un calo degli spostamenti oltreoceano, causato dalle politiche antimigratorie di alcuni governi europei (come le restrizioni fasciste) e al blocco degli ingressi posto dagli Stati Uniti d'America.

Nonostante ciò, fino agli anni Quaranta l'Europa è stata quasi esclusivamente una terra di emigrazione verso le Americhe e l'Australia.

LE MIGRAZIONI CONTEMPORANEE

Nella seconda metà del Novecento si verificò un fenomeno nuovo nella storia del continente: negli anni della ricostruzione e della ripresa economica seguiti alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati europei più industrializzati cominciarono a richiamare lavoratori provenienti da altre regioni d'Europa, oltre che dai Paesi che si erano da poco liberati dal colonialismo.

Si trattò di un'ingente migrazione che vide diventare l'Europa mediterranea (Italia, Portogallo, Grecia, Spagna, Turchia) l'area di partenza dei migranti e l'area di arrivo divenne l'Europa centro-occidentale (Francia, Germania, Inghilterra, BENELUX, Svizzera).

Per quanto riguarda la Francia ospitò anche i maghrebini (in particolare gli algerini), nei Paesi Bassi arrivarono gli indonesiani e gli antillani; gli indiani e i pakistani emigrarono nel Regno Unito. Per gli abitanti delle ex-colonie l'integrazione risultò più facile poiché avvantaggiati dal fatto che conoscevano già la lingua, gli usi e i costumi della società ospitante.  

Negli anni Cinquanta e Sessanta questo fenomeno è abbastanza intenso, ma diminuisce notevolmente intorno alla seconda metà degli anni Settanta, in seguito all'aumento del prezzo del petrolio. Pertanto la conseguente crisi economica portò al licenziamento e quindi al rimpatrio dei molti stranieri.

Inoltre la conquista della democrazia in Spagna, in Portogallo e in Grecia e l'aumento generalizzato del benessere portarono all'arresto delle partenze  e all'incremento dei rientri.

Il posto di questa manodopera europea è stato sostituito allora da un considerevole flusso di lavoratori extraeuropei (africani, asiatici, latino-americani). Dal 1989 ha avuto inizio anche un consistente, ma non massiccio, flusso di lavoratori provenienti dai Paesi dell'Europa orientale verso quelli dell'Europa occidentale, dovuto a varie ragioni:

carta dei flussi migratori

Come risulta dall'esame della carta sopra riportata, le principali aree di emigrazione sono rappresentate dai Paesi del Sud del mondo: Africa settentrionale e orientale, Paesi del Golfo di Guinea, Vicino Oriente, Asia occidentale e sud-orientale, America caraibica e meridionale. I paesi di immigrazione sono in prevalenza quelli industrializzati: Stati Uniti, Canada, Australia, Europa, Paesi petroliferi arabi.

I Paesi industrializzati dell'Europa centrale registrano consistenti flussi in arrivo, in particolare dai Paesi africani; questi flussi non sono esattamente precisabili in quanto formati in buona parte da clandestini. Un'area di forti migrazioni è rappresentata attualmente dal bacino del Mediterraneo, su cui si affacciano da un lato Paesi economicamente avanzati, dall'altro Paesi del Sud del mondo.

Negli ultimi anni l'emigrazione dagli Stati del Sud del mondo riguarda anche un numero considerevole di persone istruite, il cosiddetto fenomeno della "fuga dei cervelli".

LE POLITICHE DELL'UNIONE EUROPEA SULL'IMMIGRAZIONE

Nell’Europa allargata a 25 Paesi gli immigrati sono 20,5 milioni di persone , per lo più provenienti dai Paesi stessi dell’unione.

I due terzi della presenza straniera è ospitata da Germania, Francia e Regno Unito, anche se i Paesi mediterranei sono in costante aumento.

grafico a torta sulla provenienza degli immagrati nella UE

L’Europa, con 20,5 milioni di immigrati e altri milioni di naturalizzati, è da tempo un continente multiculturale.

Il problema dell'immigrazione, regolare e clandestina, nell'Unione Europea è sempre più sentito. I Paesi dell'UE hanno obbiettivi comuni e un atteggiamento simile rispetto ai flussi di lavoratori stranieri: infatti, anche se gli immigrati hanno sempre risposto a richieste di manodopera delle loro economie, i Paesi europei hanno visto l'immigrazione in genere come un grave problema, da contenere soprattutto attraverso politiche di blocco e con forti controlli sugli ingressi illegali.

Tuttavia non è stato semplice trovare un accordo sui provvedimenti concreti e su una normativa comune. Le politiche sull'immigrazione rimangono infatti di competenza dei singoli Stati, che si comportano in modi molto diversi.

Per esempio, il Regno Unito adotta una politica di rigidi controlli alle frontiere accompagnata da un'assenza di controlli interni, dato che in questo Paese si può circolare senza documenti di identificazione. Questo atteggiamento si scontra con quello di altri Paesi che, al contrario, hanno frontiere più elastiche, e quindi un accesso più facile, ma precisi e frequenti controlli sui permessi di soggiorno.

Tutti gli Stati europei, comunque, concordano sul fatto che per invertire la tendenza dell'aumento dei flussi migratori occorre disincentivare la fuga, causata dalla disoccupazione e dal sottosviluppo, dei Paesi più poveri, aiutandoli nella strada dello sviluppo economico. Questo principio rispecchia l'affermazione del direttore generale ILO JuanSomavia: “Se si guarda all’economia globale dal punto di vista della gente, il suo più grande fallimento consiste nell’incapacità di creare lavoro sufficiente nei luoghi in cui le persone vivono”.

Anche su questo argomento, tuttavia, non c'è pieno accordo tra i membri dell'Unione Europea; infatti, i legami storici e i rapporti di scambi commerciali con particolari aree del mondo (soprattutto con le rispettive ex-colonie) fanno sì che gli interessi siano differenti e quindi anche i finanziamenti vadano di preferenza a Paesi diversi. Del resto, anche in presenza di un reale sviluppo economico, la mobilità verso l'estero potrebbe continuare ugualmente ed anzi intensificarsi, come forma di avanzamento sociale e professionale.

La Commissione europea ha emanato tre Direttive in materia di immigrazione:

L'IMMIGRAZIONE OGGI IN ITALIA

Secondo le anticipazioni del Dossier statistico sull'immigrazione Caritas/Migrantes 2006 alla fine del 2005, la popolazione immigrata in Italia è arrivata a superare, seppure di poco, i 3 milioni di unità, tenuto conto dei 180.000 immigrati extracomunitari venuti per inserirsi e dei nuovi nati in Italia da entrambi i genitori stranieri: ricordiamo che la stima del “Dossier” per la fine del 2004 era di 2.786.340 soggiornanti regolari, pertanto nell'arco di un anno si è registrato un aumento di circa 300.000 immigrati.

La riflessione sui paesi di arrivo evidenzia che la Romania si è confermata il primo paese per numero di visti ricevuti, più di 40.000 e in prevalenza per motivi di lavoro. A seguire troviamo Albania, Stati Uniti, Marocco, Cina, Ucraina, India, Filippine e Iugoslavia, ma con motivi d’ingresso molto differenziati tra di loro.

ITALIA. Bilancio decreto flussi 2005

Categorie

Quote assegnate

Domande presentate

Lavoratori neocomunitari

79.500

44.096

Lavoratori extracomunitari stagionali

45.000

37.837

Lavoratori extracomunitari non stagionali

*27.900

**123.567

- numero domande non soddisfatte

-

95.667

- percentuale domande non soddisfatte

-

77,4

- rapporto tra nuovi lavoratori e soggiornanti

-

1 ogni 20

*Queste sono le quote assegnate alle regioni per soddisfare le domande presentate dalle famiglie e

dalle aziende: altri 26.600 posti sono rimasti a disposizione a livello centrale per i paesi convenzionati,

per i lavoratori autonomi, per i dirigenti e per gli italiani in provenienza dall’estero.

**Il numero effettivo delle domande è stato ipotizzato tre volte superiore in un’indagine di “Stranieri in

Italia” nel mese di marzo 2005.

FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati del Ministero del Lavoro e dell’Interno

Le 123.567 domande per posti non stagionali per il 44,2% (54.621) hanno riguardato collaboratori familiari; è stato rilevato anche il fabbisogno della forza lavoro edile è pari al 17,2% delle domande pervenute (21.208).

Per quanto riguarda le tendenze è bene tenere presente che le 123.567 domande registrate, rapportate alla popolazione straniera complessivamente soggiornante in Italia, incidono per il 4,4% ed evidenziano la tendenza a far venire in Italia un nuovo lavoratore stabile ogni 4 stranieri soggiornanti, con queste differenziazioni per aree territoriali: nel Nord Est 1 nuovo lavoratore ogni 18 soggiornanti, nel Centro 1 ogni 20, nelle Isole 1 ogni 26, nel Sud 1 ogni 28 e nel Nord Ovest 1 ogni 36.

Non si può non tenere conto del fatto che, nel mese di marzo 2006, le domande presentate a seguito del nuovo decreto flussi per l’assunzione di lavoratori extracomunitari siano state ben 480.000.

La maggior parte dei cittadini stranieri non viene per stabilirsi in Italia. Le tipologie più numerose dei visti non di inserimento concessi nel 2005 riguardano il turismo (554.000) e gli affari (139.000, con netta prevalenza di russi); consistenti sono anche i visti per transito (64.000), per invito (24.000) e per trasporto (16.000).

Altri visti meno numerosi, ma sempre per soggiorni brevi, sono quelli per gare sportive (9.540, per i quali si sono distinti russi, ucraini e jugoslavi), per cure mediche (2.523, riguardanti in prevalenza albanesi, bosniaci, iracheni, libici, romeni, jugoslavi, kuwaitiani, israeliani e altri).

Nel 2005 sono stati rilasciati dalle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane 224.080 visti per inserimento (appena un quinto di quelli complessivamente rilasciati).

La tipologia dei visti rilasciati vede al primo posto il ricongiungimento familiare (40,1%), seguito dal lavoro dipendente (35,2%) e dallo studio (14,2%), cui seguono altri motivi con una minore incidenza percentuale.

Tra le diverse aree continentali si riscontrano notevoli variazioni rispetto alla media a seconda della tipologia dei visti:

La graduatoria dei paesi per il numero dei visti ottenuti è caratterizzata da un’assoluta preminenza della Romania con 42.322 visti pari al 18,9% del totale. Al secondo posto si colloca l’Albania (25.530 visti), e di seguito gli Stati Uniti (20.231), il Marocco (17.343) e Cina (13.621). Questi cinque paesi totalizzano quasi la metà dei visti.

Seguono, nell’ordine:

7.000 visti: Ucraina e India;

6.000 visti: Filippine e Jugoslavia;

5.000 visti: Macedonia;

4.000 visti: Tunisia e Perù;

3.000 visti: Ecuador, Sri Lanka, Bangladesh;

2.000 visti: Egitto, Russia, Croazia, Pakistan, Giappone, Cuba, Bulgaria, Bosnia Erzegovina e Brasile;

1.000 visti: Ghana, Repubblica Dominicana, Colombia, Senegal, Nigeria, Turchia.

ITALIA. I primi 12 paesi per numero e tipologia dei visti nel 2005

Paese

Visti

% lavoro

% ricongiungimento familiare

Romania

42.322

80,4

16,0

Albania

23.530

21,9

63,5

Stati Uniti

20.231

3,1

2,4

Marocco

17.343

27,4

68,0

Cina

13.621

20,9

68,6

Ucraina

7.925

39,7

47,8

India

7.222

24,2

58,0

Filippine

6.953

56,8

34,0

Iugoslavia

6.297

40,0

48,6

Macedonia

5.429

27,7

68,5

Tunisia

4.977

39,9

47,4

Perù

4.557

30,4

62,8

FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati del Ministero degli Affari Esteri

Ripartendo le assunzioni per settori, il 7,4% spetta all’agricoltura, il 21,7% all’industria e il 27,2% ai servizi: resta un altro 43,7%, costituito prevalentemente da rapporti nel settore domestico, che rientra anch’esso nel ramo generale dei servizi, che così arriva a riguardare 8 assunzioni su 10. I rami produttivi da segnalare per il maggior numero di assunzioni sono 12, che riportiamo in ordine di importanza: lavoro domestico, costruzioni, alberghi e ristoranti, agricoltura, attività immobiliari/pulizia, industria metalli, trasporti, commercio al dettaglio, commercio all’ingrosso, industria alimentare, industria tessile e servizi pubblici.

Tra gli aspetti più dinamici della realtà lavorativa vi è il settore imprenditoriale: gli immigrati sono attivi specialmente a livello di microimprenditorialità, con concentrazione in due rami: quello commerciale e delle riparazioni (42%) e quello edilizio (28%). Un quarto delle imprese degli immigrati è a carattere artigiano.

La distribuzione territoriale degli immigrati si suddivide secondo una ripartizione scalare: grosso modo 60% nel Nord (1 milione e 500mila immigrati, con netta prevalenza della Lombardia che ne conta 606mila), il 30% nel Centro (710mila, con epicentro nel Lazio che arriva a 369mila immigrati) e il 10% (357mila) nel Meridione, dove la prima regione è la Campania (121mila).

A livello nazionale gli immigrati hanno un’incidenza del 4,5% sulla popolazione complessiva (un immigrato ogni 22 abitanti).

Gli immigrati presenti in Italia da lungo tempo permettono di studiare il processo di insediamento duraturo che si è realizzato a partire dagli anni ’90 e che implica il radicamento nella società italiana, portando alla convivenza di tradizioni, lingue, culture e religioni differenti.

I due terzi (66,1%) degli immigrati sono venuti per lavoro e circa un quarto (24,3%) per motivi di famiglia. I due motivi assommano così il 90% delle presenze e mostrano la fortissima tendenza all’inserimento stabile.

In effetti, quelli con almeno cinque anni di soggiorno sono ormai il 60% (circa 700mila persone) mentre un terzo soggiorna da almeno 10 anni.Al censimento del 2001 la percentuale dei cittadini stranieri nati in Italiaera del 12%. Si può ipotizzare che oggi siano circa 250.000 le persone che, seppur straniere, sentono l’Italia come la loro terra. Esse provengono nel 50% dei casi da Marocco, Albania, Tunisia, Cina, Filippine, Jugoslavia, Egitto e Romania.

Il quadro complessivo delle nazionalità che ottengono più frequentemente la cittadinanza italiana coincide solo parzialmente con quello dei soggiornanti

Le donne prevalgono nell’ottenimento della cittadinanza. Il matrimonio è il motivo quasi esclusivo della richiesta per le donneistogramma sui motivi di richiesta della cittadinanza italiana

Per quanto riguarda la multireligiosità c'è da dire che il notevole aumento degli immigrati dell’Est Europa, in prevalenza ortodossi, ha portato i cristiani a sfiorare la metà del totale (49,5%), seguiti dai musulmani con un terzo delle presenze (33%). I fedeli di religioni orientali sono all’incirca il 5%, mentre gli altri gruppi hanno una rappresentanza molto ridotta (gli ebrei, ad esempio, sono lo 0,3%).

Metà della popolazione straniera è cristiana: tra costoro prevalgono i cattolici e gli ortodossi, mentre i protestanti e gli altri cristiani sono meno

presenti; I musulmani sono un terzo (33,0%), ovvero 723.000; in tutto si stima che in Italia i musulmani siano circa 900mila.

Tra le altre religioni degli immigrati, spiccano nell’ordine induisti (2,4%), buddisti (1,9%), animisti(1,2%) ed ebrei(0,3%);grafico a tort sull'appartenenza religiosa degli immigrati

E’ complesso, invece, accertare la quantità della presenza irregolare: le stime vanno dai 200.000 agli 800.000 irregolari. Le ispezioni degli istituti previdenziali e del Ministero del lavoro, come anche l’apposita indagine dell’ISTAT, confermano comunque l’ampia dimensione del sommerso, che con riferimento agli immigrati sottende o la semplice mancanza di contribuzione o la mancata titolarità di un permesso di soggiorno.

I PROBLEMI DELL'IMMIGRAZIONE

La migrazione internazionale per lavoro è spesso vista dai Paesi in via di sviluppo come un rimedio contro la disoccupazione e sottoccupazione interna; a ciò si aggiunge il vantaggio economico costituito dalle rimesse degli emigranti e da quanti ritornano e investono  i risparmi in patria.

Se per i Paesi in via di sviluppo questo fenomeno rappresenta una valvola di sfogo per il forte incremento demografico, per i Paesi più industrializzati gli immigrati e in particolare modo i loro figli contribuiscono a rallentare l'invecchiamento della popolazione.

Per i Paesi industrializzati gli immigrati dal Sud del mondo rappresentano manodopera poco costosa, che si adatta a lavori spiacevoli o faticosi e spesso anche pericolosi, rifiutati dai lavoratori locali. Non per nulla gli anni in cui l'immigrazione in questi Paesi è stata massiccia sono stati anche quelli della rapida crescita economica.

Tuttavia, soprattutto negli anni Novanta, l'immigrazione ha creato tensioni in molti parti del mondo; in Europa gli emigranti provenienti dai Paesi del Sud del mondo si sono concentrati nelle città, dove contendono alla popolazione locale più povera le abitazioni più misere i lavori sottopagati, spesso vivendo in condizioni di marginalità.

Lavoro nero, prostituzione, trasporto di clandestini sono gli ambiti di intervento delle organizzazioni criminali di diverse nazionalità: italiana, russa, cinese, albanese, ecc.…

Si tratta spesso dell'instaurarsi di forme più o meno esplicite di schiavitù, in cui i "padroni" finanziano il viaggio e, all'arrivo, requisiscono il passaporto fino alla lontana e difficile estinzione del debito; nel frattempo gli irregolari vengono costretti a lavorare in condizioni inaccettabili e impegnati in attività di "lavoro nero", privi di qualsiasi garanzia sociale o sindacale; sovente devono prestarsi anche ad attività illegali, a prostituirsi o a mendicare, come spesso capita a bambini e adolescenti.

Per reagire a questa situazione, agli inizi degli anni Novanta, 57 Paesi su 169, compresi 42 in via di sviluppo, hanno introdotto misure per limitare l'entrata di stranieri e favorirne il rientro in patria. Tali misure restrittive hanno reso evidente che il numero di individui che vogliono emigrare è molto superiore a quello che i Paesi di immigrazione sono disposti ad accogliere; questi provvedimenti, tuttavia, non essendo riusciti a fermare i flussi in entrata, hanno aumentato il fenomeno delle migrazioni clandestine.

Perdurando lo squilibrio dei Paesi più poveri rispetto ai Paesi più sviluppati, persisterà anche la pressione migratoria. Infatti i 6,3 miliardi di persone della Terra non hanno tutti la stessa dignità: il 60% della ricchezza mondiale è detenuto dall’America e dall’Europa, che sono solo un quarto della popolazione mondiale.

Il 70% delle ricchezze mondiali è detenuto da appena 10 Paesi del mondo.

2,8 miliardi di persone vivono con un reddito inferiore ai 2 dollari giornalieri.

grafico a torta sulla distribuzione modiale della ricchezza

Per quanto riguarda l'Italia fin dal 1990 ha emanato vari decreti-legge per tentare di definire i diritti ed i doveri degli stanerei in Italia. L'ultima legge in materia di immigrazione è la legge Bossi-Fini del 2003. Questa ha come obbiettivo combattere la clandestinità e punire chi sfrutta i clandestini; è prevista come pena il carcere per i datori di lavoro che assumono stranieri irregolari. Essa ha anche cercato di fissare un tetto massimo di regolarizzazioni annuali, al fine di contenere il flusso di immigrati.

UN'INTEGRAZIONE SPESSO DIFFICILE

Come il mercato del lavoro può ricevere sostegni positivi da un’immigrazione meglio regolamentata, così, il confronto con persone portatrici di altre sensibilità culturali e religiose può essere stimolante. Invece gli immigrati spesso sentono di non essere inquadrati in maniera amichevole, di essere necessari ma mal sopportati. Senz’altro i nuovi venuti sono chiamati a recepire senza riserve le regole fondamentali della società che li accoglie e ad accettarne i principi costituzionali. Però, anche da parte della popolazione locale, è necessario accettare gli immigrati nella loro diversità. In questo processo, purtroppo, la differenza religiosa è diventata un fattore di complicazione, specialmente con riferimento al rapporto tra l’islam e l’occidente.

D'altra parte, con l'aumento del fenomeno migratorio si sono intensificati nelle popolazioni autoctone gli atteggiamenti xenofobi e ostili verso gli immigrati, acuiti dall'aumento della disoccupazione.

Gli episodi di vera e propria violenza sono responsabilità solo di una parte piccolissima dei cittadini, ma sentimenti di diffidenza, preconcetti sulle culture diverse e una generica paura dello straniero interessano una popolazione più vasta, oltre ad essere amplificati dai mezzi di comunicazione e dai programmi politici di alcuni partiti Europei.

I cittadini stranieri non possono considerarsi integrati senza godere di una serie di diritti, tra i quali rientra innanzitutto quello del voto amministrativo e il diritto di cittadinanza, ancora più esigibile se riferito ai loro figli nati in Italia o ricongiuntisi da piccoli ai genitori qui residenti.

C'è da dire però che, in alcuni casi, le amministrazioni regionali, provinciali e comunali si sono fatte carico di alcuni problemi (quali la mancanza di un'abitazione, la difficoltà di comunicare, la disinformazione sulle pratiche necessarie per regolarizzare la propria posizione) e pertanto hanno creato centri di accoglienza e hanno avviato varie iniziative (corsi di lingua italiana, agenzie per il lavoro e per la ricerca di abitazioni, attività culturali) per rendere più agevole l'inserimento dei cittadini non italiani nella società.

Inoltre, per esempio, il Governo ha emanato la "Carta dei diritti e dei doveri dell'immigrato", al fine di trovare rimedio alla preoccupazione principale consistente nel facilitare l'inserimento degli immigrati regolari.

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