Gabriella Kuruvilla    Ingy Mubiayi

Igiaba Scego    Laila Wadia

Pecore nere

Racconti

a cura di Flavia Capitani e Emanuele Coen

copertina del libro Pecore nere

La prima generazione di figlie di immigrati, nata o cresciuta in Italia, racconta la propria identità divisa, un'identità preziosa a cavallo tra il nuovo e la tradizione; l'incrocio dei mondi e delle esperienze, tra integrazione e diversità, accoglienza e rifiuto.

La scelta del titolo Pecore nere innanzitutto sottolinea l'invito indirizzato al pubblico di lettori alla visione dei testi a partire dal fatto che le autrici sono “nere”.

In secondo luogo il titolo ripropone un modo di dire proprio della lingua italiana che sta ad indicare “un trasgressivo” “un diverso”  rispetto al resto  della famiglia, della comunità. Proprio per questo le pecore nere sono da tenere  ai margini. Possono riscontrare curiosità, ma è meglio che stiano al loro posto perché diversamente se ne avverrebbe un inquinamento che porterebbe a non poter più utilizzare la lana bianca delle altre pecore.

Provenienti da esperienze molte diverse - Ingy Mubiayi, nata al Cairo da padre zairese e madre egiziana, è titolare di una libreria in un quartiere popolare di Roma; Laila Wadia, nata a Bombay da genitori indiani, lavora come collaboratore esperto di lingua inglese all'Università di Trieste; Igiaba Scebo, nata in Italia da genitori somali, è dottoranda in Pedagogia; Gabriella Kuruvilla, nata a Milano da padre indiano e da madre italiana, è pittrice, architetto e giornalista - tutte e quattro ambientano le loro storie nella penisola dove vivono, restituendo comunque una sorta di presenza/assenza dell'altro Paese d'origine.

I retroterra sono differenti – Somalia, India, Egitto – ma la loro ricerca è uguale: affermare e vivere un'identità divisa tra più mondi. Esse compiono questo percorso a volte con allegria, a volte con inquietudine, ma sempre con ironia. E soprattutto respingendo il ricatto di dover scegliere tra un'appartenenza e un'altra. La tematica sembra suggerita dal colore della pelle di ciascuna: la negritudine. In effetti gli argomenti di cui si tratta nella  raccolta sono diversi anche se si focalizzano sul tema dell’identità non problematizzata solo dal colore della pelle, ma anche  da altre connotazioni: lo spazio, la cultura, la tradizione.

Queste otto storie di vita vissuta (nelle quali però non sempre l'autrice coincide con la narratrice) hanno il merito di attirare l'attenzione sui temi del confronto e delle identità: migranti, ibride, travagliate. Soprattutto esternano il punto di vista privilegiato di chi stando al contempo in due o più mondi possiede un doppio o triplice sguardo.

Sono preziose testimonianze transculturali, che fanno toccare con mano scontri generazionali, dolorosi episodi di esilio e tentativi di ricomposizioni in un nuovo orizzonte di quotidianità. Quello che più preme alle autrici è mettere in luce incroci di esperienze inedite, sfidando con consapevolezza e lucidità luoghi comuni e stereotipi.

Di Laila Wadia la raccolta contiene i racconti Curry di pollo e Karnevale.

Nel primo ritroviamo il contrasto fra un padre indiano, che è profondamente legato alle sue abitudini, ai suoi schemi, alla sua tradizione, nostalgico di alcune abitudini legate alla vita contadina indiana; e un giovane, fidanzato segreto della figlia e per di più figlio di leghisti, che forse difficilmente riuscirebbe ad accettare usi e costumi di altre culture. L’incontro fra i due ad una cena crea ansie e timori nella giovane ragazza indiana per le reazioni del suo “ragazzo” e viceversa. Tutto il racconto gioca sull’incerto equilibro che si stabilisce momento per momento.

In Karnevale emerge una particolarità della scrittrice di origine indiana: l’uso di un linguaggio adolescenziale,  proprio di chi è abituato ad usare il cellulare.

La lingua usata è scattante, nervosa,  a volte monosillabica. Questo per riprodurre il modo di comunicare di una diciottenne indiana nata e cresciuta in Italia e per descrivere il breve incontro con la cugina Nandina venuta ad esibirsi al Festival dell’India.

Inizialmente la protagonista vede l’arrivo della cugina come una vergogna davanti agli amici, ma poi si rivela oggetto di curiosità ed interesse ed in un certo senso avvicina la protagonista alla sua cultura d’origine. 

Anche IngyMubiayi affronta, a volte con senso ironico, il problema dell’identità. Ma le storie raccontate da questa scrittrice di origine egiziana trovano il loro spunto generativo da situazioni occasionali, fortuite e imprevedibili. Questo aspetto è molto evidente nel racconto Concorso in cui la predisposizione della domanda, a un concorso per la polizia di Stato, è l’esca da cui ha origine un'intricata vicenda di rapimento e di ritrovamento di un bambino.

Anche quando si tenta di gestire la realtà a partire dalle proprie convinzioni ed ideologie, quando si vuole dominare il mondo perché si crede di modellarlo secondo i propri presupposti ideologici, è sufficiente che si abbia una inaspettata vicenda affinché ci si adegui ad esso e si lascino andare tutte le difese ideologiche a cui ci si era ancorati.

Così travolta dalla disponibilità alle necessità altrui, la sorella della protagonista, Magda, che, da scanzonata e occidentalizzata ragazza è diventata una religiosissima ed osservantissima musulmana e che vede nella stanza del bagno il possibile campo di invasione del diavolo “il Bisbigliatore”, per cui ha imposto che quello spazio deve essere usato solo per pura necessità e in totale silenzio, alla fine si trova a discutere con la mamma delle qualità di una persona, che non dipendono dal fisico, seduta “sulla tazza con [in mano] le Monde Diplomatique in lingua originale”, avendo così riacquistato quella umanità e libertà che le era propria.

Anche il secondo racconto, Documenti, prego, ha un moto iniziale puramente fortuito e diviene l’elemento attraverso cui nasce il ricordo della vita da irregolare fatta nei primi anni vissuti in Italia, gli aspetti comici che tale vita a volte proponeva "il tutto per sfuggire a quegli stessiuffici; per rendersi non più erranti ma stanziali,attaccati a quelle esili radici che faticosamentee a dispetto di tutto crescono e affondanonel terreno". Ancora una volta è la burocrazia e le sue lungaggini a essere messa bonariamente sotto accusa.

Gabriella Kuruvilla, una giovane scrittrice indiana, propone in questa antologia due racconti India e Ruben. Il tema dominante è ancora quello della doppia identità, una prima di desideri, vita, comportamenti, modi di essere, di pensare, di relazionarsi e l’altra data essenzialmente dal colore della pelle.

Sono due identità che non si integrano, una interna e l’altra esterna. Una voluta, accettata, vissuta, l’altra rifiutata anche se ritualmente  rivisitata nel tentativo di riconoscerla, ma riscoperta sempre più ostile, sempre più ingombrante.

In India la protagonista, Marly, a trent'anni, compie un viaggio in India con il suo fidanzato Davide nel tentativo di riconsiderare la possibilità dell’accettazione della propria  ascendenza geografica. In India ci era già stata col padre venti anni prima.

Un brutto ricordo: lei che cercava di stare lontano da tutto e tutti; lui esasperato dalle continue offese della figlia, che non riusciva ad integrare e a gestire nel suo mondo, costretto ad andarsene portandosi via la figlia: "un pezzo del presente che tirava calci al suo passato". Non riuscendo più a comunicare con il suo corpo "composto da due metà che non si integravano", Marly decide di tornare nell'altra metà, l'India. È Davide con la sua fascinazione verso tutto ciò che è nero e indiano ad avvicinarla a quella cultura che non le è mai appartenuta e che da sempre è sua. In India fuma sigarette e beve alcolici, comportamenti ammessi solo ai turisti, perché lei turista è e si sente.

La sua ostilità nei confronti di questo paese cresce ogni volta che più uomini la fissavano senza tregua ridendo tra di loro, cresce quando alcuni fanno finta di non vederla e di non sentirla parlare, cresce quando viene degnata di una parvenza di rispetto nel momento in cui prendono i suoi dollari da turista. Nonostante tutto lei desidera essere considerata una di loro, uguale a loro, ma sbattendo loro in faccia la sua diversità (canottiere e pantajezz attillati, i capelli ricci slegati, le sigarette fumate in luoghi pubblici e i bikini indossati in spiaggia). Voleva, insomma, essere accettata per come era da un intero popolo, che avrebbe dovuto mettere da parte le sue tradizioni e i suoi dogmi. Marly odia e ama quel popolo, che condensa in sé molte delle difficoltà da sempre vissute, e sofferte, col padre. Pretende da loro, come da lui, che si adeguassero al suo essere così com'era.

Poi cita alcuni episodi, o meglio denunce, che appartengono al suo duplice mondo. Ha viso una bambina sporca coi vestiti stracciati fare l'elemosina per le strade di una grande città e ha visto i commercianti che le sputavano addosso, e ha distolto lo sguardo perché si sentiva troppo simile, e ha temuto che qualcuno se ne accorgesse.

Ha visto donne fare il bagno in mare tenendo addosso il sari e poi salire in macchina umide con i loro mariti, ha mantenuto lo sguardo, per sentirsi assolutamente diversa, e ha voluto che tutti se ne accorgessero.

Ha sentito un giovane marito dire della bambina che aveva appena avuto dalla moglie: "Purtroppo è una femmina". Si, purtroppo perché la nascita di una figlia è prima di tutto l'apertura di un debito. Quella stessa giovane moglie era stata costretta, il giorno prima di partorire, a cucinare tutta la mattina per offrire a Marly e al padre un pranzo a cui non avrebbe partecipato: perché nei villaggi del Sud agricolo e povero, le donne non mangiano con gli uomini, e con le donne straniere.

Ha letto di statistiche che riguardano l'Inghilterra: la percentuale di donne anglo-pakistane che si suicidano è altissima. Se non rispettano le regole imposte, come il marito scelto, vengono rifiutate e non sono più riconosciute come figlie, perdendo i genitori.

Per questo Marly sfida continuamente; ma cede quando in Italia vede gli extracomunitari più emarginati e si commuove, perché ogni volta che vede uno di loro vede una persona strappata alla sua terra e vede in loro la sofferenza e lo sradicamento di suo padre.

Cede quando vede la sofferenza di un giovane ragazzo appena arrivato in Italia che, da benestante e rispettato, si ritrova povero e umiliato da un professore di medicina che inesorabilmente lo boccia.

Cede quando vede la sofferenza di un medico straniero che vuole diventare primario e che la mattina ritrova la sua auto bruciata: la desiderata promozione non arriverà mai. In vacanza alloggiano in un villaggio turistico per soli occidentali. E lei occidentale è, anche se continua a ripetere a tutti che suo padre è indiano. Pensando che qualcosa, almeno per forza di gravità, sia dovuto ricadere anche su di lei.

E intanto che cerca "di comporre un puzzle senza averne i pezzi" ispira la sua ricerca a questa frase di Sarina Singh (scrittrice australiana di origini indiane): "Una cosa a cui non riuscii mai ad abituarmi fu l'essere continuamente fissata…Evidentemente ero una creatura che originava stupore e imbarazzo, un'enigmatica confusione tra Oriente e Occidente. Possedevo alcuni tratti indiani ma il mio comportamento era tipicamente straniero; ero indiana ma al tempo stesso non lo ero, ero straniera ma non completamente tale. Non mi restava che scegliere fra imparare a vivere tra gli sguardi curiosi o mitigare le mie caratteristiche occidentali; optai per la prima soluzione perché non volevo rinunciare a ciò che ero".

La protagonista del racconto, Ruben, è figlia di un'italiana e di un indiano nero; genitori profondamente diversi per cultura e per aspirazioni, che presto si sono separati per la loro realizzazione personale. In mezzo lei che apparteneva ad una sola nazione, l'Italia, perché l'India era solo uno dei tanti paesi del terzo mondo di cui vedeva gli emarginati in Italia. Quando, in Italia, la chiamano negra si ricorda di essere indiana, ma quando è in India i bambini la indicano e ridono tra di loro. Si sente composta da due metà che non si integrano, che non comunicano. Ma in lei la cancellazione dell'India era quasi avvenuta. Così alla domanda "Sei italiana?" senza esitazione risponde "Mio padre è indiano", lui non lei.

Ora lei è incinta già al settimo mese e per lei questa gravidanza era un problema. La storia ruota attorno al terrore del  colore del nascituro; il terrore della madre di avere un figlio che potesse sentirsi, come lei, esiliato in ogni terra; incapace di riuscire ad apprezzare fino in fondo il suo meticciato e continuando invano a tentare di riconoscersi in un solo luogo, che è la cosa più facile. Teme che sia nero come il nonno, e teme che anche lui possa subire delle discriminazioni razziali. Ma una volta nato prova un senso di liberazione scoprendo che questi è lievemente ambrato, castano chiaro, con gli occhi grigio-verde. Forse lui, generazione seguente, saprà avvicinarsi con più spontaneità e naturalezza al suo quarto indiano, che già pesa meno.

Ruben e il nonno, di colore nero, non possono che formare una fotografia in bianco e nero, da incorniciare, ma non da far vivere. 

Infine il testo Pecore nere consegna due testi di Igiaba Scego. Il racconto Dismatria mette a fuoco l’inconsistenza della identità che è un fatto di storia personale. I personaggi del racconto continuano a disdegnare di dotarsi di mobili per raccogliere o ordinare i loro vestiti, ma li mantengono nelle valigie perché devono essere sempre pronti a ripartire.

La protagonista madre, custode delle tradizioni e del richiamo allo spirito di appartenenze, è quella che fra le altre valigie ha anche nascosto in una valigia tutti i ricordi di Roma, nel caso di un possibile ritorno in Somalia, perché ormai si sente legata a questa città e fa fatica a sentire il suo vero senso di  appartenenza e identità. Inaspettatamente tutti i membri della famiglia svuotano le proprie valigie, liberandosi da una limitazione illusoria e accorgendosi di avere in realtà una nuova patria: si sentono italiani, ma sentirsi italiani non significa tradire la Somalia.

Il testo Salsicce narra la storia di una ragazza somala di Roma scappata con la famiglia dalla Somalia per fuggire alla guerra civile. Una mattina, apparentemente senza motivo, compra cinque chili di salsicce dalla drogheria vicino casa. La stranezza non è nell'oggetto comprato, ma nel soggetto compratore di salsicce: una musulmana sunnita. Era un mattino come tutti ed era sicura che al suo risveglio la voglia di peccare non era tra i suoi pensieri. Guarda il pacco e si chiede: "ma ne vale veramente la pena? Se mi ingoio queste salsicce una per una, la gente capirà che sono italiana come loro? Identica a loro? O sarà stata una bravata inutile? È questo che voglio veramente?". Poi si rende conto che la sua ansia è cominciata con la legge Bossi-Fini: "A tutti gli extracomunitari che vorrannorinnovare il soggiorno saranno prese preventivamentele impronte digitali". Inizia così a interrogarsi sulla sua reale identità " Ed io che ruolo avevo? Sarei stata un'extracomunitaria, quindi una potenziale criminale, a cui lo Stato avrebbe preso le impronte per prevenire un delitto che si supponeva prima o poi avrei commesso? O un'italiana riverita e coccolata a cui lo Stato lasciava il beneficio del dubbio, anche se risultava essere una pluripregiudicata recidiva? Italia o Somalia?Dubbio. Impronte o non impronte?". Questa legge aveva risvegliato in lei un demone assopito che le aveva sempre creato scompensi in quanto non sicura della sua identità. Il  dubbio tra l'appartenenza alla Somalia o all'Itala si acuiva sempre più e la domanda che ti porgono a otto anni "Ti senti più somala o più italiana?" risulta improponibile, allora come oggi, perché lei non sapeva ancora rispondere. Si sarebbe sentita un'idiota sia rispondendo somala che italiana. Non è un cento per centoma una donnasenza identità o meglio con più identità. Successivamente fa una lista delle occasioni in cui si sente somala e una lista di quando si sente italiana. Non mancano però le occasioni in cui a volte si sente tutto o peggio nulla. Per esempio è niente quando sull'autobus sente qualcuno insultare gli stranieri e avere tutti gli occhi puntati addosso, oppure quando una lontana parente la critica definendola impura perché non ha subito l'infibulazione.

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