CASTELLI E FORTIFICAZIONI IN AREA VARESINA

Rocca d'Angera
La rocca d'Orino
Castello di Masnago (Varese)

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Il castello

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Il fenomeno dell' incastellamento       

 

I castelli dell'area varesina 

 

La vita nel castello

 

Il castello inglese

 

Glossario

 

Bibliografia

 

Sitografia                                 

 

ICONOGRAFIA

Gli affreschi del castello di Masnago sono noti soprattutto per i cicli databili intorno alla metà del XV secolo, ospitati nella Sala degli svaghi e nella Sala dei vizi e delle virtù. Scoperti nel 1938, riportati in luce e restaurati a cura dell’allora proprietario del castello, Angelo Mantegazza, costituiscono un complesso decorativo peculiare e molto affascinante. Gli affreschi si collocano nella tradizione del Gotico Internazionale, stile diffuso tra la fine del Trecento e la metà del Quattrocento nelle corti di tutta Europa. Le sale affrescate sono sette.

Di grande rilievo è il ciclo della Sala degli svaghi così chiamata perchè in essa sono dipinte immagini raffiguranti passatempi di corte con personaggi placidamente adagiati negli ozi della villeggiatura sul lago di Varese.

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DAMA IN BARCA CON LE ANCELLE

Una barca cullata dalle acque: a bordo tre donne, una impiegata al remo, in muta conversazione, laddove a parlare sono gli sguardi, i gesti... L'una offre all'altra un fiore, forse una rosa, segno di amicizia, anzi di più: emblema di femminile complicità nel condividere un segreto, secondo i canoni cortesi.

 

 

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TENDA CON DAMA CHE SUONA UN ORGANO PORTATIVO

Momento più alto di tutto il ciclo è l'affresco raffigurante una ndonna intenta a suonare l'organo portativo, incorniciata da una tenda riccamente damascata posta in un incantevole luogo naturale, sulla cui cima sventola una bandiera con lo stemma della famiglia Castiglioni. La scena induce a pensare che si tratti proprio della padrona del luogo, Maria, moglie di Giovanni Castiglioni.

 

Coppia che si avvia alla caccia con il falcone

La dama sta cavalcando in compagnia del consorte, che si appresta alla caccia con il falcone. Il rosso abito della ragazza è stretto al petto da un nastro verde, la bionda chioma è raccolta in un tondo copricapo. L'uomo indossa invece una giubba orlata di ermellino e sulla mano guantata serra gli artigli un falcone, pronto alla caccia. Ricchissimi i finimenti dei cavalli, di cuoio e argento.

Un altro episodio è la Colazione sull’erba di un gruppo di gentiluomini. La parete di fronte lascia intravedere le tracce di un affresco strappato, che ora si trova a Roma in una collezione privata; è la scena di una gita sul lago di tre dame su di una navicella intente al gioco dei tarocchi; a poppa è issato uno stendardo con lo stemma dei castiglioni: il leone che regge un castello.

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In un altro episodio c’è un servo, che tiene alla corda il cane del padrone e sulle sue spalle reca i bastoni spalmati con la panìa. Tra un episodio e l’altro sono inseriti come elementi di raccordo personaggi secondari e brani naturalistici, tra cui si riconoscono anatre in uno stagno, lepri, un cane che azzanna un cervo, particolari che contribuiscono a conferire un piacevole sapore alla rappresentazione di questi tipici momenti di svago della società lombarda quattrocentesca. Altro filo conduttore sembra essere quello dell’acqua, con un motivo ad onde molto stilizzate in due tonalità di azzurro.

 

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Posta al piano nobile è la Sala dei vizi e delle virtù, grandiosa decorazione dalla singolare iconografia di ispirazione filosofica e morale: l’argomento trattato è il confronto tra vizi e virtù, tema allegorico e didascalico, attinto dalla trattatistica medievale. La sala, di uso privato, era il luogo dedicato alla lettura, alla riflessione, alla meditazione.

 

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Sala dei Vizi e delle Virtù

 

Curioso e degno di nota, è che il committente abbia voluto attenersi ad una concezione rigorosamente filosofica, secondo cui la virtù è equidistante dai due opposti vizi per eccesso o per difetto; e che d’altro canto abbia, invece, accentuato il carattere allegorico e profano della composizione, dando all’insieme della stessa il carattere di una sfilata di personaggi aristocratici. Tra una colonna e l’altra, aperture inquadrano ciascuna una scena ridotta all’essenziale: sopra un campo erboso fiorito e sotto una trabeazione decorata, poggiano tre figure femminili, fatto abbastanza raro nell’iconografia occidentale.  Le esili colonnine sono in stretto rapporto con la reale architettura della sala, perché si pongono in corrispondenza con le travi del soffitto, ma servono anche a delimitare gli ampi riquadri entro cui si stagliano le figure dei Vizi e delle Virtù. Nella loro forma più completa hanno come fulcro la cavalcata dei Vizi capitali verso l’inferno, accompagnata nel registro superiore dalla serie delle Virtù contrapposte, e in quello inferiore dai castighi infernali pertinenti. Il ciclo è composto da sette virtù, ognuna tra i due vizi contrastanti, oltre a quattro figure isolate di virtù.

 

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La Castità tra Lussuria e Vanità

                                                                                                

La Virtù è rappresentata in tono dimesso e quasi monacale, i vizi con figure di belle dame. La Castità pare osservare con aria di rimprovero le sue compagne, la Lussuria dalla scollatura vistosa e dalla veste sgargiante, e la Vanità, intenta a rimirarsi in un piccolo specchio.

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La Liberalità tra Avarizia e Prodigalità

La Liberalità attinge denari da una borsa e con la mano destra pare porgerli allo spetta- tore. Vicino a lei, invece, l'Avarizia stringe al petto il suo tesoro, decisa a nulla dare, lanciando occhiate torve e minacciose. La Prodigalità, al contrario, sperpera le sue ricchezze, gettandole al vento.

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La Sollecitudine tra la Pigrizia e l'Accidia

          

La Virtù tiene in mano un misuratore di tempo. L’Accidia, con le vesti stracciate e i capelli scarmigliati, è assorta in se stessa; meno interpretabile è la figura della Pigrizia, anch’essa in disordine nel vestito e nei capelli, con una scarpa e una calza nelle mani.

 

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La Carità tra l'Invidia e l'Ipocrisia

 

Alla Carità l’Ipocrisia volta ostentatamente le spalle.

 

 

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L'Umiltà tra Superbia e Arroganza

All’Umiltà si collega il motivo dell’Agnello.

 

Altri due affreschi raffigurano l'uno la Temperanza tra la Maldicenza e la Gola, l'altro la Pazienza tra l'Ira e la Disperazione.

Le quattro virtù isolate rappresentano la Speranza e la Fede nella parte occidentale, la Sapienza e la Giustizia nella parte orientale. Nella più recente lettura iconografica del ciclo, Giuliana Limido ha sottolineato la mancanza di preminenza delle virtù teologali e cardinali, intorno cui ruotavano le interpretazioni tradizionali del tema proposto, e la loro equiparazione alle qualità morali, secondo una lettura in chiave laica ed umanistica stimolata dalle fonti scritte. L’uso di fonti scritte, fornite da un committente dotato di sensibilità letteraria rimanda necessariamente all’ipotesi dell’uso delle miniature come fonte visiva. I paralleli con le illustrazioni di un manoscritto conservato a Vienna, non sono solo iconografici, ma anche stilistici. Questo peraltro non è che un altro elemento della fitta rete di relazioni entro cui gli affreschi di Masnago si situano. La mano che dipinse questi "Vizi e Virtù" è diversa da quella che affrescò gli "Svaghi" nella sala sottostante, ma simile è la sensibilità, identico il gusto. Soprattutto il gusto di riprodurre fedelmente vestiti e acconciature, oggetti e ornamenti, al punto che questi affreschi di Masnago - così rari per il loro tema "profano" - sono per noi una straordinaria testimonianza della moda e della vita di una piccola corte lombarda nella prima metà del Quattrocento, dove il tempo si è fermato, e dove le favole belle possono ancora rivivere. In entrambe le sale si riconosce lo stile di botteghe tardo-gotiche, ignare delle innovazioni umanistico e già rinascimentali, e vicine invece a quel linguaggio pittorico "internazionale" che legava le corti padane a quelle boeme, le regge francesi a quelle renane.

Nel castello altre sale affrescate sono le seguenti.

La cappella Ha una struttura architettonica piuttosto irregolare, con una decorazione ad affresco non del tutto coerente che fa pensare a rimaneggiamenti e a interventi stratificati, ma non bene amalgamati. Il motivo a grandi quadri che poggia su uno zoccolo ridipinto, amplifica e banalizza la decorazione geometrica e non si svolge in modo unitario. In una piccola nicchia della parete occidentale è affrescata una Crocifissione con la Madonna, san Giovanni Evangelista e la Maddalena abbracciata alla croce. Sulle pareti laterali si riconoscono un san Giovanni Battista e un sant’Antonio Abate.  

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La sala del colore Ha affreschi rinascimentali geometrici con riquadri a finta architettura e motivi sacri contrastanti con altri di soggetto profano. Sono inoltre riemersi alcuni affreschi nella parte alta: si tratta di una figura maschile con in mano un libro e un bastone e di una seconda figura di cui rimane solo il viso.

La sala della musica E' caratterizzata da una complessa intelaiatura di finta architettura, minutamente decorata con una sovrabbondanza di grottesche di gusto rinascimentale. Essa finge uno zoccolo in marmo su cui sono appoggiati disparati oggetti dipinti secondo il gusto delle tarsie prospettiche, ma disposti con una disorganica ingenuità, che tradisce una mano provinciale. Nel soffitto si trovano una serie di riquadri che propongono successivamente rappresentazioni mitologiche, episodi di vita quotidiana scene sacre e figurazioni simboliche con motti e scritte. Sulla parete destra c’è un grosso quadro che rappresenta un musicista tedesco, sulla finestra ci sono tracce di figure precedenti. Questi affreschi si possono far risalire alla metà del Cinquecento, ma ricoprono una decorazione precedente, del Quattrocento. Essi sono completati da un ricco soffitto ligneo con tavolette decorate da applicazioni di carta dipinte a tempera.

La sala delle colonne L’intento era di creare una sala lussuosa, maestosa; è invece una sala che lascia pesantezza; il fregio è caratterizzato dagli stemmi dei Castiglioni, le pareti da decorazioni di dame e forse di resti di paesaggi dipinti, affreschi risalenti al XVI secolo. Tra un arco e l’altro, il pittore ha immaginato dei tratti di muro ornati a riquadri, davanti ai quali ci solo colonne possenti che si alzano a sostenere un finto architrave ornato da medaglioni con ritratti alternati a stemmi.

La sala del bianco e nero In seguito all’abbattimento di volte di epoca posteriore durante i lavori di restauro, sono venuti alla luce parti di un fregio geometrico quattrocentesco. Tuttavia i medaglioni con i busti di profilo rimandano piuttosto ad una tipologia tardo quattrocentesca, epoca che sembra coerente anche con le acconciature dei personaggi femminili.

E’ facile concludere che il castello ha conosciuto un’intensa attività di decorazione, con sovrapposizioni, rifacimenti e rimaneggiamenti, che ha coinvolto più generazioni di committenti ed artisti, ma indubbiamente il suo momento più importante è coinciso con l’esecuzione dei due cicli principali. Non a caso su di essi si è sempre accentrato l’interesse della critica, a partire dalla riscoperta nel 1937, tuttavia molti problemi restano ancora aperti. Le difficoltà derivano in parte dallo stato di conservazione degli affreschi, che hanno subito manomissioni di ogni genere. Un restauro incauto ha involgarito le figure, costringendo i commentatori successivi ad esprimere giudizi molto prudenti e sfumati in ordine alla qualità pittorica. Non stupisce quindi che l’attenzione degli studiosi si sia sempre più indirizzata ai problemi legati all’iconografia, e in particolare alle differenze di spirito tra la sala inferiore, distesa celebrazione delle delizie della villeggiatura cortese, e quella superiore, dall’austero carattere morale e filosofico.

Non mancano affinità compositive, come la scansione della parete attraverso elementi verticali o più ancora la presenza di una finta panca nello zoccolo, che ricompare nel lato occidentale della Sala dei Vizi e delle Virtù, a fare da contrappeso visivo ad una probabile panca vera appoggiata sul lato opposto, nonché affinità fisionomiche sottolineate anche dalla Limido.

Le analogie sono tanto più suggestive se si pensa alla parentela tra le famiglie committenti. La loro datazione a metà quattrocento è suggerita dagli abiti e dalle acconciature, e ribadita dalle recente identificazione delle monete sperperate dalla Prodigalità. Apparentemente meno problematica, la sala del piano inferiore pare esaurirsi nella descrizione della giornata in villa.

Non mancano tuttavia delle zone d’ombra, anche perché la precarietà dello stato di conservazione ha sempre indotto a leggerla per episodi, e non nella sua totalità. Non sembra ad esempio pacifico che esista una netta differenza tra personaggi nobili idealizzati e personaggi plebei trattati con un realismo spinto al limite della caricatura. Le dame della partita a tarocchi offrono ad esempio dei profili accentuati e quasi sgradevoli. Più enigmatica la figura del soldato laureato, che compare dietro la tenda della scena principale, tra montagne stilizzate e un non identificato castello. Inoltre la scena della gita in barca sembra nascondere una sottile tensione tra i personaggi, con quel dono della rosa, fiore non a caso carico di significati simbolici.

Gli affreschi potrebbero risalire ad un periodo compreso tra il 1443, anno della morte di Giovanni Castiglioni, e il 1453. Questa osservazione induce a formulare l’ipotesi anche al castello di un filo conduttore unitario che leghi le decorazioni quattrocentesche, al di là delle questioni di cronologia relativa tra i vari ambienti e in particolare tra le due sale principali. L’ipotesi dell’esistenza di un discorso unitario è confortata dalle decorazioni di raccordo che si ripetono da una stanza all’altra. Ma anche senza voler sostenere l’esistenza di un unico programma iconografico, l’impressione che a Masnago esista un progetto d’insieme, articolatosi nel corso degli anni, emerge da vari indizi. Ad un livello ovvio troviamo l’intento celebrativo delle glorie della famiglia, attraverso i ritratti e gli stemmi. Ad un livello meno scontato si può osservare l’attenzione riservata al problema del rapporto tra architettura vera e architettura finta, con la sola eccezione della cosiddetta “cappella”. Questo rapporto si estende all’arredo, con il gioco illusionistico tra panca vera e finta nella Sala dei Vizi e delle Virtù, con l’espediente delle porte dipinte, oggi sfortunatamente non più in loco, che evitavano l’interruzione della decorazione da parte delle aperture.