CASTELLI E FORTIFICAZIONI IN AREA VARESINA
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Il castelloin generale:
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IL PRANZO
Nella vasta sala di soggiorno i servi hanno
portato dei cavalletti sui quali vengono poste delle assi, cosa che permette di avere
tanti tavoli quanti ne richiede il numero dei convitati; naturalmente vi sono anche tavoli
veri e propri, in legno di quercia o di noce, talvolta elegantemente scolpiti. Prima di sedersi sugli sgabelli o sui banchi
accostati ai tavoli, i convitati si lavano le mani in bacinelle che i domestici porgono
loro; la stessa cosa faranno durante e dopo il pranzo, dal momento che i cibi si prendono
in gran parte con le mani. Ogni convitato ha dinanzi a sé un piatto di
terraglia o di peltro, una scodella, un
cucchiaio, un coltello, un bicchiere. Non si usano forchette e neppure tovaglioli; durante
il pasto, ognuno si pulisce le mani e la bocca con un lembo dell'ampia tovaglia che copre
il tavolo. Quando ci sono ospiti, l'uso vuole che a
fianco di ogni dama sieda un cavaliere che sarà prodigo di gentilezze e premure verso la
sua compagna: le offrirà le porzioni migliori, la intratterrà con piacevoli
conversazioni e le farà anche, discretamente, un po' di corte.
La base dell'alimentazione nell'età feudale
è costituita dai prodotti che il signore ricava dalle sue terre e dalla caccia. Ogni grande azienda agricola è organizzata
in modo da provvedere al fabbisogno alimentare di tutti coloro che in essa vivono: liberi
e servi. Ne deriva, necessariamente, un'alimentazione poco varia, dal momento che non si
può produrre tutto in qualsiasi fondo. Questo tipo di economia autosufficiente va
però trasformandosi lentamente attraverso il tempo; via via che il commercio rinasce e
riprendono a funzionare regolarmente fiere e mercati nelle città e lungo le strade di
grande transito, anche la vita economica del feudo si evolve grazie alla più ampia
circolazione delle merci, e l'alimentazione degli uomini si fa più varia. In ogni tempo, però, la base
dell'alimentazione delle classi signorili rimane la carne, in particolar modo quella di
maiale, di cinghiale, di cervo, di selvaggina in genere. Assai apprezzato è anche il
pesce: in molti castelli vi sono vivai in cui si allevano pesci di mare e di fiume. Oltre
alla carne, si mangiano legumi (soprattutto fave e piselli che, in un certo senso,
occupano il posto che poi sarà della patata, ancora sconosciuta), latticini, uova e pane
(quello dei signori è bianco, quello del popolo è di segale, perciò scuro). Le bevande più diffuse sono il vino, la birra e il sidro, ricavato dalle mele. Un posto importantissimo occupano
nell'alimentazione le spezie, di cui fanno largo uso le classi signorili. La cosa è facilmente comprensibile se si
pensa che si tratta di una merce di facile trasporto e di costo molto elevato: in un'epoca
in cui i mezzi di trasporto erano troppo poco sviluppati per adattarsi alla circolazione
su vasta scala di prodotti a buon mercato, il primo posto nel grande commercio doveva
necessariamente essere occupato da merci di alto valore e dal peso relativamente modesto. Oltre al pranzo vi era anche il
dessert: torte, focacce, pasticcini dolcificati con il miele, e poi frutta
fresca e secca, come pere, mele, noci, fichi, ecc.
Durante il pranzo, il signore offre ai suoi
ospiti distrazioni e svaghi di vario genere. L'imperatore Carlo Magno, a detta del suo
biografo, si faceva leggere tra una portata e l'altra le opere di Sant'Agostino; i
cavalieri e le dame del XII e del XIII secolo preferiscono ascoltare giullari e
menestrelli che cantano, accompagnandosi con larpa o con la viola, poesie che essi
stessi o altri hanno composto. Questi "cantautori" girano di
castello in castello: i signori li accolgono volentieri, di solito li ricompensano
generosamente, talvolta li ospitano a lungo nella loro dimora. Fra i giullari non vi sono soltanto poeti
girovaghi, ma anche danzatori, giocolieri, saltimbanchi e buffoni. Quando al castello si celebra qualche
avvenimento importante, come per esempio un matrimonio, essi arrivano in gran numero da
tutte le contrade ed animano la festa con i loro spettacoli di arte varia: «Quando la corte fu riunita, tutti i
menestrelli della contrada, tutti coloro che sapevano far qualcosa di gradevole, si
trovarono raccolti a corte. Vi era gran gioia nella sala. Ognuno dava mostra di quel che
sapeva fare: questo salta, quello fa capriole, quest'altro fa incantesimi. Uno fischia,
l'altro canta, uno suona il flauto, l'altro la zampogna, uno la giga, l'altro la viola; le
donzelle formano carole e danzano; tutti
si abbandonano alla gioia. Tutto quel che può far nascere la gioia e mettere in
allegrezza un cuore d'uomo, fu messo in opera alle nozze quel giorno. Suonano timpani e
tamburi, suonano le cornamuse, le ciaramelle, i flauti, le buccine e le zampogne». |