CASTELLI E FORTIFICAZIONI IN AREA VARESINA
PAGINA INIZIALE |
|
Il castelloin generale:
|
I CASTELLI DELL AREA VARESINA Poche
testimonianze restano per quella galassia di fortificazioni di cui nel Medioevo era dotata
la nostra regione, così come l intera Europa: castelli grandi e meno grandi, torri
e recinti, mura o fossati intorno ai borghi, tanto che ovunque era possibile riconoscere
qualche apparato difensivo. Si è anche esagerato nel passato ad attribuire ai castelli
funzioni di controllo sulle vie di comunicazioni; più che proteggere le strade, dalle
strade ci si doveva proteggere. In realtà per lunghi periodi il Publicum dispose di limitate milizie da stanziare
in modo continuo nel territorio sottomesso. La guarnigione del castello doveva essere
fornita dai residenti e la sua localizzazione riguardava gli interessi feudali dei singoli
domini negli insediamenti abitati. Per le necessità della guerra si potevano facilmente
utilizzare le torri sparpagliate dovunque, senza un collegamento visivo previamente
individuato.
LA TARDA ROMANITA La crescente pericolosità delle scorrerie barbariche indusse di certo le autorità del basso impero ad adottare misure di protezione contro le incursioni delle orde agguerrite che, sciamando dalle Alpi, minacciavano i municipi della Padania. In età goto-bizantina, poi, lo stato di guerra corrose dall interno la stesse struttura dell organismo imperiale. Ma si esagera parlando di un limes pedemontano, che avrebbe richiesto una continuità di campi fortificati, quali un tempo si erano dislocati lungo la frontiera del Reno e del Danubio. Furono certo privilegiate le chiuse delle valli che portavano ai passi alpini. A valle delle porte alpine si crearono recinti per il rifugio delle popolazioni e lalloggio temporaneo dei reparti che dagli accampamenti di pianura dovevano essere spostati verso le Alpi. Nel frattempo le città, ove si alimentava ormai lincubo dell invasione, rafforzavano le mura. Si notano anche iniziative dal basso, di vescovi ed ecclesiastici. Nel 556 un suddiacono milanese fondava a Laino il castello di S. Vittore. Il Castel Grande di Bellinzona è sorto su un promontorio roccioso che sbarra la valle del Ticino, gia interessato da insediamenti preistorici. Forse già stazione militare al momento della penetrazione nelle regioni alpine, fu abbandonato nei secoli della pax romana e nuovamente fortificato nel IV secolo inoltrato, quando si intensificarono le pericolose scorrerie alemanniche. Lavori di rinforzo pare siano stati eseguiti durante il breve periodo della ripresa bizantina; ma l'avanzata longobarda nella Padania isolò quei modesti baluardi e anche Bellinzona cadde nelle mani dei nuovi venuti. Nella Bassa Val
d Ossola è stato ritenuto di età romana il recinto con torri al Motto di
Gravellona Toce. Per quanto ci riguarda da vicino, solo per Castelseprio possediamo dati
archeologici significativi, tuttavia di contrastata interpretazione. Gli scavi hanno messo
in evidenza un ampio recinto, che si stende dal piano alto incavato dallOlona sino
al fiume Toce e, in esso, avanzi di torri, cisterne, residenze, chiese; in particolare
sono importanti la chiesa di S. Giovanni e il battistero, insigni testimonianze del V-VI
secolo. Il periodo di grave crisi che la fortificazione attraversò è denotato dal
reimpiego nelle mura di occasionale materiale di spoglio, are, cippi, lapidi funerarie. Il riutilizzo
frettoloso di molti sarcofagi litici anepigrafi, lintero prodotto di una grande
bottega, caratterizza anche la torre di Pontegana (alle porte di Chiasso, in territorio
oggi elvetico), di cui è noto il ruolo nella guerra decennale fra Como e Milano; anche in
questo caso si è pensato ad origine tardo-antica. Coevi furono probabilmente i castelli
sorti sulle isole dei laghi, punti naturalmente protetti, in grado di servire a reparti
che potevano per via d acqua spostarsi rapidamente su fronti diversi. In via
del tutto ipotetica si può pensare che qualche rafforzamento fosse disposto per i vici più importanti, come ad Angera; la qualifica
di civitas che le fu attribuita in età
bizantina, corrispondeva appunto allesistenza se non di mura almeno di qualche
apparato difensivo. Erede ne sarebbe diventata nel Medioevo, la Rocca di Angera,
interamente rifatta dagli arcivescovi milanesi e dai Visconti, mentre di formazione
medievale sembra il castrum sorto ai margini
del centro abitato romano. Nel passato si abbondava: si era ad esempio attribuita ad età
romana, senza alcuna forza di argomento, una catena di torri fra Rodero, Velate, S. Maria
del Monte, Biandronno, Arolo, Buccione. Quanto alla torre di Rodero, in provincia e
diocesi di Como, si è più recentemente indicata nel liscio basamento una prima fase di
età bizantina, mentre sarebbe di età comunale il sopralzo con conci accuratamente
bugnati. Né altro possiamo dire della torre al Castello di Ligurno (comune di Cantello),
demolita verso la metà dell Ottocento: non bastano ritrovamenti di epoca romana in
zona per ritenerla coeva agli stessi. Meno ancora fanno fede le distrutte torri di Arolo,
Varese, Biandronno. Per questultimo luogo anche questo noto per ritrovamenti
romani anche un esperto come Marco Tamborini si lusingò di ritenerlo un avamposto
pedemonteno dei tempi di Giulio Cesare che, secondo una dubbia lettura ciceroniana, vi
sarebbe transitato nel 54 a.C.; se mai quellaccampamento esistette, niente ha
comunque da spartire con la torre nota nel medioevo.
LETA LONGOBARDA A niente valsero
le difese dell Alto Milanese quando i Longobardi presero dinfilata la Pianura
Padana precedendo da est a ovest. Ma a loro volta i conquistatori si trovarono di fronte
alla necessità di difendersi dai popoli rivali, che d Oltralpe guardavano con
cupidigia al ricco bottino d Italia; avevano in più lesigenza di tenere
sottomessa la popolazione latina, nei cui riguardi erano in netta minoranza numerica.
Sfruttarono così, le fortificazioni disponibili. Il castrum tardo antico di Castelseprio in età
longobarda fu probabilmente nucleo organizzativo del territorio circostante. Molto minore
limportanza militare ed esagera il Bognetti a metterlo nel centro di un sistema di
torri davvistamento che dalla pianura ascendeva sino alle Alpi o si diramava per
quella strada Comum-Novaria per la quale si
troverà sempre, qualunque tracciato si proponga, il corredo di una catena di castelli e
di torri. Resta il consistente connotato duna zecca locale e la successiva
assunzione carolingia di Sibrium a capo di un
comitato rurale. La mancanza di stanziamenti fissi sembra dal reimpiego della torre di
Torba, che costituiva il caposaldo orientale del castrum,
presso le sponde dell Olona, come sede d un monastero femminile, a quanto pare
nellVIII secolo. È caso simmetrico a quello generale dei luoghi religiosi
fortificati; qui è l ente monastico che si colloca all interno d una
torre abbandonata. Di positivo ci sono le zecche attive nei due centri sotto re Desiderio
e una certa consistenza di ritrovamenti archeologici barbarici. Può avere conferito
importanza ai tre luoghi fortificati la comune funzione di mercato. Per le origini
longobarde del castrum che si sa essere esistito
a S. Maria del Monte, il Bognetti ha escogitato una brillante costruzione ipotetica,
basata sugli usi liturgici di quella chiesa, particolari devozioni popolari ecc., che egli
riteneva indizio di un insediamento arimannico. È in effetti frequente trovare
prerogative battesimali indipendenti dalla giurisdizione plebana e in corrispondenza di
castelli di pertinenza fiscale. S. Maria del Monte è attestata come castrum nel 974, quando già doveva essere
consistente la fama del santuario. Ipotesi contro ipotesi, si può pensare a una canonica
regolare, fondata da dignitari dalto rango, più probabilmente franchi che
longobardi, con prerogative signorili che la contrapponevano alla nascente pieve di
Varese. Solo nel X secolo si sarebbe sentito il bisogno di proteggere con il muro
castellano canonici e abitanti del villaggio che si era agglutinato intorno alla
chiesa. Un torrione, trasformato ad uso di cappella, esiste ancora all interno del
giardino pertinente al monastero delle Romite Ambrosiane, detto della
Vittoria, con riferimento alla mitica vittoria di S. Ambrogio sugli ariani del
monte. Il medesimo
ragionamento vale per Clivio, la cui canonica da un certo momento in poi si trova posta
entro un castello; se si tiene conto che in loco è documentato nel X secolo il ceppo
famigliare dei de Clivio, diramazione degli
alemanni de Schlano viene spontaneo collegare i
due insediamenti religiosi a strutture difensive coeve o di poco posteriori. Si ritiene che
poche altre fortificazioni si siano aggiunte a quelle goto-bizantine ereditate dai
conquistatori; gli sparsi nuclei arimannici sono da ricercare piuttosto dentro o nelle
vicinanze della città, in pianura piuttosto che fra le montagne. I ritrovamenti di tombe riferibili a guerrieri
longobardi sono scarsi nella nostra zona e non corrispondono necessariamente a fortilizi,
ma semmai a curtes, base economica di
qualsiasi dominatore, in aree ove fosse praticabile lallevamento dei cavalli, vera
arma di quel popolo, abile nella guerra di movimento e refrattario all arroccamento.
Si aggiunga la labilità delle strutture in legno che a lungo furono prevalenti e spesso
provvisorie, per palizzate, torri di vedetta, ostacoli da porre nei fossati; la
deperibilità del materiale pone un forte limite alla ricerca archeologica. Lo stesso
discorso vale per i secoli seguenti, in particolare le opere a corredo delle murature:
ballatoi, sporti, camminamenti pensili, torrette, tettoie. Se mai ce ne furono, è oggi
impossibile individuare le fortificazioni longobarde dellarea varesina. Troppo
fragile ed equivoca si rivela la traccia toponomastica. La si è cercata nei luoghi che
prendono nome dalle fare, i nuclei gentilizi
longobardi. Il Bognetti ricercò altro indizio di presenza longobarda negli abbinamenti di curtis, sala, turris. Ma per notizie storiche
certe bisogna scendere al XIII secolo, nell ambito della castellana arcivescovile. Altro indizio di
solito invocato a dimostrare un insediamento longobardo, almeno quando è possibile
riferirlo a un ambito castellano, è la presenza di cappelle dedicate a S. Michele e S.
Giorgio, i santi guerrieri cari a quel popolo. Nulla è possibile dire circa il castello
che, a giudicare da testimonianze toponomastiche, è esistito sul colle che domina
Saltrio, dove pure si conserva una chiesa intitolata a S. Giorgio.
LETA CAROLINGIA E L
INCASTELLAMENTO DEL X-XI SECOLO Attraverso così
labili tracce giungiamo allincastellamento diffuso e capillare, proprio del secolo X
per tutta l alta Italia. Ne sono protagonisti vescovi, enti religiosi, fisco regio,
partigiani dei pretendenti al regno, signorie fondiarie. Lo stato di disordine che si era manifestato alla
fine del IX secolo, con generale mancanza di sicurezza, depredazione delle proprietà
ecclesiastiche, scorrerie e rapine cui spesso gli officiali pubblici davano alimento o
sostegno, indussero a fortificare chiese e monasteri, anche all interno delle
città; il resto fecero Ungari e forse, anche i Saraceni, che pare abbiano più volte
risalito la valle del Rodano e sciamato al di qua dello spartiacque. Il castello nasce
in periferia circa o anche iuxta il villaggio, o al centro di più villaggi,
assicurando così protezione ai rustici, impegnati da parte loro a garantire la difesa e a
assicurare la manutenzione degli stabili. Anche le fortezze pubbliche, abbandonate a se
stesse, divennero luogo di rifugio e, dopo la metà del X secolo, vi misero mano agenti
nobiliari e privati. Così a Bellinzona, ove all inizio del X secolo cera
stata una notevole attività edilizia, a poco a poco privati e comunità acquisirono
diritti all interno del castello, e con loro dovette poi fare i conti chi cercava di
usarne a fini militari. La fondazione più antica che ci sia nota nell area varesina
riguarda Guilizone da Somma Lombardo, il quale costruì la chiesa di S. Fede, cum castro et turre et solariis et sali set cassina,
cum areis eraum seu curte in località Brecallo. Lanno non è noto poiché la
memoria dellevento fu tramandata da unepigrafe non datata, in base ai
caratteri paleografici, il Giulini la attribuì all880 circa, ma sarà più prudente
pensare agli inizi del X secolo. Ci troviamo di fronte dunque a un ricco possidente,
investito di diritti regalistici, il quale fortifica la propria curtis- con
sale di pertinenza dominicale, stabili per residenza di servi o massari,
cascine (depositi, stalle, fienili) ed aie - e la destina a un ente
religioso pro remedio animae o per interessi che
ci sfuggono. Il piccolo fortilizio coincide forse con il castellazzo vegio documentato nel XV secolo, nei
pressi del castello visconteo. Poiché è noto che buona parte delle fortificazioni sorte
prima del 950 riguardò delle curtes, la
condizione già accennata per la Valtravaglia fa pensare a una doppia funzione:
genericamente militare luna, per la posizione al centro del lago, di protezione
laltra per una attività economicamente rilevante. In effetti la rocca svolse un suo
ruolo per la difesa del regno di Berengario II, proprio sulla direttrice del primo attacco
di Ottone I, che nel 962 riguardò lisola cusiana, ma finì travolta dalla renovatio imperii e passò, nei decenni allo
scorcio del secolo, nelle mani degli arcivescovi milanesi. La seconda funzione sembra
corrispondere ad una precoce politica di popolamento; ciò spiegherebbe fra l altro
il numero veramente cospicuo di casali documentato nel XIII secolo per la curtis arcivescovile. Dal 1015 sono noti i castra di Varese e Masnago. Il caso di Varese è
abbastanza complesso. Le prime testimonianze riguardano genericamente un castrum, che essere stato di pertinenza
arcivescovile. Nel 1150 invece una casa posta intus castrum de Varismo e
antistante la chiesa di S. Vittore. Si era dunque formato un nuovo castrum che è difficile ritenere direttamente
collegato al primitivo, se non altro per l interposizione del torrente vellone. Di
codesto si palesa con gli anni una struttura complessa, con fossato e porte. Nel XI secolo si
fa palese la presenza diffusa di domini loci; in
molti casi per lesigenza già manifestata nel IX secolo, fù necessario proteggere i
luoghi sacri, particolarmente esposti a violenze e depredazioni.
I CASTELLI ARCIVESCOVALI La principale
signoria, nelle nostre terre, fu quella esercitata dall arcivescovo di Milano.
Funzione di organizzazione territoriale in senso economico, e punto di appoggio nelle
lotte di potere in città, ebbero le numerose rocche pertinenti ai successori di S.
Ambrogio. Favoriti dallimperatore a partire dall'anno Mille, o essi stessi
protagonisti di iniziative autonome, si dotarono d una rete estesa di castelli
nellarea dei laghi. Bene ne è stata messa in evidenza la funzione di appoggio nelle
diuturne controversie con i nobili o il comune di Milano. Nella nostra area
i possessi più antichi sono quelli di Brebbia e Travaglia. A Brebbia l arcivescovo
disponeva dei vasti possedimenti plebani, dislocati anche nelle valli ossolane, tanto che
si è pensato ad un origine fiscale dei medesimi, nel corpo della presunta donazione
imperiale del castello, che si suppone avvenuta qualche decennio prima; la chiesa plebana
era comunque, sin dallalto medioevo, esterna al recinto del castello. La prima
menzione del Castello di Brebbia è del 1034. Nel 1187-97 è documentata al suo interno
una domus o pallatium; qualche anno prima una caneva. Il
dongione, nucleo interno e maggiormente protetto, nonché il
palazzo, entrambi destinati alla sicurezza e alla residenza del signore, si
diffondono dopo la metà del XII secolo. Gli statuti del 1283 ragguagliano
circa l obbligo dei rustici per i servizi di scolta e di pattuglia, il mantenimento
di mura e apprestamenti difensivi quali spinata et bozorada da porre nei fossati. Sotto
legida arcivescovile sorsero dunque minori fortificazioni, con il disegno tattico di
proteggere i villaggi. Ma funzione prevalente era legata al sistema di caneve per l immagazzinamento dei prodotti;
oltre alla citata caneva donica altre erano
poste in corrispondenza di minori presidi, affidati ai vassali dellarcivescovo. |